23 novembre 2018

Elogio della metafora

By Skeeze






Tra una chiacchiera e l’altra, vi racconto cosa ho scoperto sulla metafora, amica non solo degli scrittori.









Ciao amici lettori,


come state? Spero che per voi sia un periodo buono, o perlomeno non troppo faticoso. Leggete, scrivete? Ognuna di queste attività migliora la vita; se le praticate entrambe, l’effetto sarà forse silenzioso, ma sempre magico. Avete presente quel senso di smarrimento, di vuoto, che prende chi ama scrivere quando per qualche giorno/settimana non lo fa? Ne parlavamo in privato con Maria Teresa Steri, ma credo che lo conosciamo tutti. Scrivere dà una bellissima dipendenza.

In questi giorni fatico a trovare il tempo per la Nuova Storia; in cambio, quando riesco a scrivere lo faccio con un piacere esplorativo tutto particolare. Acciambellata sulla tastiera come un gatto grasso, me la rido da sola ripensando ai dubbi e alle tensioni di qualche tempo fa. Che questa pace possa durare!

Anche le mie modalità di lavoro sono diverse dal solito. Dopo avere lavorato per mesi sulla scaletta della storia, mi sono resa conto che certi dubbi restavano tali; così ho deciso di iniziare a scrivere tenendoli come mascotte. Siccome non trovavo un incipit accettabile – di solito mi aiuta averne uno, almeno provvisorio – sono partita facendo spiegare ai personaggi perché faticavano a uscire, tanto per farli parlare. È un laido trucco, naturalmente, ma credo ci siano cascati.

Non compilo schede, non seguo metodi. Mentre sono su un capitolo, decido cosa succederà nel successivo. Correggo anche mentre scrivo, a parte i momenti in cui qualcosa preme per uscire. Perdo tempo serenamente a modificare, ribaltare, dividere e combinare, trovare metafore e sinonimi. Mentirei se dicessi che navigo a vista: dopo tante riflessioni e brainstorming, la storia dentro di me c’è, i personaggi anche. Diciamo che ho inserito il pilota automatico per avere le mani libere.

Quello che ho imparato studiando manuali di scrittura creativa lavora in sottofondo, senza occupare i miei pensieri coscienti. Può essere immodesto dirlo, ma mi sento competente, come un artigiano che sente gli strumenti come prolunghe del suo corpo. Questo mi ricorda un vecchio proverbio, secondo me validissimo, del taiji quan, arte marziale che pratico da anni:



Prima impari le regole,
poi applichi le regole,
poi non ci sono più regole.



Ma è ora di arrivare all'argomento vero di questo post.


LA METAFORA


Lo spunto nasce dalla lettura de I libri si prendono cura di noi, di Régine Detambel (sottotitolo: Per una biblioterapia creativa). L’ho trovato in biblioteca  il suo luogo naturale  e subito ha attirato la mia attenzione: un libro che parla di libri non può che essere doppiamente interessante! Del libro, che si è rivelato all'altezza delle mie aspettative, mi ha colpito in particolare la parte relativa alla metafora, appunto. 

Probabilmente siete più esperti di me in materia di figure retoriche, ma una breve definizione non può fare male: 

La metafora (dal greco metaphérō, «io trasporto») in linguistica è un tropo, ovvero una figura retorica che implica un trasferimento di significato. Si ha quando, al termine che normalmente occuperebbe il posto nella frase, se ne sostituisce un altro la cui "essenza" o funzione va a sovrapporsi a quella del termine originario creando, così, immagini di forte carica espressiva. Differisce dalla similitudine per l'assenza dei termini usati per esprimere il paragone ("come, sembra, assomiglia"). [fonte Wikipedia, con mia modifica].

In sostanza, se dico che il mare sembra una distesa di carta stagnola (sigh!) sto usando una similitudine, perché è presente il “sembra”; se invece dico che il mare mugola, usando un termine di solito riferito a esseri viventi, ecco fatta la metafora.

La metafora ha fascino, è innegabile... se non abbina il mare e la carta stagnola, naturalmente. Quando è azzeccata, trasmette al lettore un’immagine intensa, capace di esprimere il concetto in maniera fulminea e precisa, più di interi paragrafi di descrizione.

Non sapevo, però, che la metafora avesse anche una funzione terapeutica. La Detambel parte parlando del potere della lettura in generale.


Cos’è un buon libro? Proprio come la psicoterapia, che all’inizio sembra una semplice conversazione faccia a faccia, il buon libro finisce col rimodellare il cervello del paziente con piccoli tocchi di semplici parole. La sua lettura provoca molti sommovimenti, molte risonanze tra le aree del linguaggio e quella parte del lobo temporale che presiede ai ricordi e all’emotività. La serie di immagini fornite dalla risonanza magnetica del cervello di un lettore evidenzia proprio quelle risonanze, e mostra come leggere ci induca a cercare nei nostri ricordi ciò che risuona all’unisono.


E più avanti:


Se “i lettori escono dal libro completamente trasformati”, è per l’effetto di captazione esercitato da una pagina, da un paragrafo, da una singola parola. Questa forza strana è la metafora. Essa soltanto arriva al corpo. Senza di lei, un testo è un pezzo di legno morto.


La Detambel non se ne esce con questa frase a dir poco sorprendente senza motivarla. Nel corso del libro vengono citati numerosi studi, tra cui quello di Jacques Lacan.


In La métaphore du sujet […] Lacan ha così definito la funzione psichica della metafora: “La formula della metafora rende conto della condensazione dell’inconscio”. Per condensazione, Lacan intende la sostituzione di un elemento con un altro che permetta di esprimerne l’aspetto nascosto. […] Il lavoro della condensazione è particolarmente evidente nel sogno, ed è all’opera anche negli atti mancati e nei giochi di parole.


Secondo Lacan soltanto la metafora dà accesso alle emozioni e arriva al corpo. La terapia da lui ideata


utilizza la funzione catartica della metafora in un testo di formazione e di cura che entra in risonanza diretta con parti del pensiero [del paziente] non facilmente accessibili alla coscienza.


Per questo oggi in alcune scuole di terapia mentale, come nella scuola di ipnosi di Milton Erickson, si caldeggia l’impiego di storie in relazione metaforica con la difficoltà del malato che soffre per un trauma psichico (lutto, separazione, stupro) o fisico (incidente, attentato).

Secondo Paul Ricoeur, che nel suo La metafora viva ha studiato la funzione poetica della lingua


la metafora è, più che una semplice figura stilistica, un processo cognitivo originale che ha un proprio valore. Nel testo è lei, in ultima istanza, a “trasfigurare il reale”, ad avere “il potere di ridescrivere la realtà”. […] Leggere un testo significa leggere se stessi […] e la successione delle parole è qualcosa che modella il presente.


Tuttavia non è detto che il lettore privilegi i testi che lo tengono legato alla sua condizione, come avverte Michèle Petit in Elogio della lettura.


Una vicinanza eccessiva, anzi, può rivelarsi inquietante, intrusiva, paralizzante. Qualche lettore troverà le parole capaci di restituirgli il senso della sua esperienza, o di uscirne, in un libro scritto da qualcuno che parla di prove completamente differenti dalle sue, magari lontanissime nel tempo o all’altro capo del mondo. […] Talvolta basta questo per suscitare un movimento nella psiche, per evitare di impazzire dal dolore.


Qui finiscono le (tante) citazioni. Argomento interessante, vero? Si parla di teorie, di approcci terapeutici particolari, che comunque nel tempo stanno dimostrando la loro validità; e forse, pensandoci, possiamo riconoscere anche in noi stessi il tipo di reazione rilevato in questi pazienti, quando leggiamo il libro giusto per noi e per il nostro specifico momento.

Prima di chiudere, due annunci importanti!

  • È in vendita, in versione digitale e cartacea, l’antologia Quella notte, nel bosco, curata da Serena Bianca De Matteis ed Erica Baldaro, con numerose altre collaborazioni. Sotto quella copertina meravigliosa ci sono i racconti di vari autori selezionati tramite apposito concorso, me inclusa. Come le precedenti antologie della serie Buck e il terremoto, anche questa vedrà i proventi devoluti a fini benefici. Grazie a chi ci ha lavorato e a chi leggerà!
  • Silvia Algerino, che ringrazio di cuore, ha pubblicato sul suo blog una chiacchierata avvenuta a rate su Whatsapp, ispirata dalla lettura del mio romanzo Cercando Goran, tema l’amnesia e il senso del passato. È stata una bellissima esperienza per me, persino terapeutica, per rimanere nell'argomento di questo post. Potete leggere l’articolo qui


AA.VV. Amici di Buck

Quella notte, nel bosco

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1 novembre 2018

19 ottobre 2018

Diario di un racconto

Autrice Trixieliko






Si fa presto a dire: “scrivo un racconto”. Ogni volta è un’avventura diversa.










Giorno 1  Mi serve uno spunto per il racconto. È piacevole lavorare a tema, mi fa l’effetto del granello di sabbia da trasformare in una perla. Peccato che per ora non ci siano granelli di sabbia in vista. Devo programmare una gita al mare? Pazienza, l’idea arriverà. È sempre arrivata.

Giorno 2  Lavagna bianca.

Giorno 3  Lavagna bianca.

Giorno 4  Lavagna bianca, ma l’idea sta arrivando, lo sento.

Giorno 5  Ce l’ho! Mi piace, è nelle mie corde. Forse anche troppo? Vediamo cosa riesco a tirarci fuori.

Giorno 6  Butto giù qualcosa. Oh sì, mi piace! Vai, che è un buon momento…

Giorno 7  Aspetta: di cosa voglio parlare? Perché avevo questa idea in mente, ma ho scritto una facciata e mezzo su tutt’altro. Qui serve un centro. Un racconto non può permettersi di divagare, ha uno spazio troppo limitato. Quindi?

Giorno 8  Ah, ecco il fulcro della storia. Bene bene.

Giorno 9  E questa che roba è? Va bene, ce l'avevo dentro e doveva uscire, ma non c’entra niente. Adesso che è uscito, ha già svolto la sua funzione, quindi posso tagliarlo. Il fulcro, il fulcro…

Giorno 10  Finito! Mi piace molto. Un po’ lunghetto, però… qualche sforbiciata non può fargli che bene. Domani lo aggiusto.

Giorno 11  Eeeh? Cos’è ‘sto tono aulico? Non sono mica il Sommo Vate! Sì, c’è una certa poesia, è intenso, le metafore non sono male, però non è assolutamente questo il tono che volevo dare al racconto. Uffa. Meglio dormirci su.

Giorno 12  Altro che aulico, fa schifo. Poesia, come no; scritta da Matusalemme… Cosa c’entra l’età, il punto è che nel racconto non voglio babbionaggini. Però non voglio nemmeno fingere un tono “giovanile” a forza. Ma allora, a cosa devo essere fedele? A me stessa? Allo slancio iniziale? Al progetto che avevo in mente? Allo stile che mi viene spontaneo in questi giorni? Ai personaggi? Alla storia? Alla comunicazione con il lettore? Ci sono troppi ospiti a questa festa.

Giorno 13  Calma. La prima stesura è finita. Adesso asciugo tutto, paragrafo dopo paragrafo. Voglio un racconto sobrio. Sobrio e… mio.

Giorno 14  Troppo sobrio. Troppo… stonato. Boh. Io non scrivo così.

Giorno 15  Più o meno ci siamo, mi pare. Stampo e faccio leggere a mio marito. Intanto lo rileggo anch’io su carta. Aaargh! Giù le mani, non è ancora pronto.

Giorno 16  Credo di avere finalmente capito cosa mi piace e cosa no. Ora procedo con mano più sicura. Taglia di qua, taglia di là… mi costa poca fatica rientrare nelle battute.

Giorno 17  Ultimi ritocchi. Rileggo per l’ennesima volta ad alta voce. Sì! Adesso è davvero come deve essere. Lo ristampo. Ora puoi leggerlo, sì. Non fare caso a tutte le note a matita… lo so, ho detto che è finito, ma cosa devo fare, notare le imperfezioni e lasciarle lì? È comunque pronto. Mi sento leggera, una meraviglia.

La preparazione del mio ultimo racconto è andata proprio così. Mi rendo conto più che mai di come ogni pezzo che si scrive sia la ricerca di qualcosa che ancora non si conosce veramente, e si svela poco a poco. Il mio impegno non è stato concentrato. Ogni giorno riservavo al racconto un tempo tra il quarto d’ora e l’ora, a parte i primi giorni, quando stavo soltanto cercando l’idea, perciò mi limitavo a fantasticare sul tema svolgendo le mie incombenze quotidiane: quella notte, nel bosco…

Riconoscete il tema? Il mio racconto parteciperà al concorso curato da Serena Bianca De Matteis & Co., da cui nascerà una nuova antologia della serie Buck e il terremoto. I proventi, come nelle edizioni precedenti, saranno devoluti alla Croce Rossa Italiana, a favore dei progetti di sostegno alla ricostruzione post sisma 2016. Qui il link al bando. Affrettatevi, se volete partecipare, perché il termine ultimo è alle ore 23:59 di domenica 21 ottobre 2018.


Scrivete anche voi racconti? Quali sono le vostre fasi?




BOLLETTINO DELLO SCRITTORE: Ora che il racconto è finito, non mi resta che togliermi gli ultimi dubbi sul prossimo impegno: voglio davvero tentare di partecipare al concorso DeA, di cui ormai tutti hanno parlato ampiamente? La storia per ora è soltanto sugli appunti, quindi sarebbe una bella impresa prepararla entro febbraio 2019. D’altra parte qualunque spunto può essere buono, se spinge nella direzione giusta.

BOLLETTINO DEL LETTORE: Dopo avere terminato di leggere Il mio nome è rosso di Orhan Pamuk, e Gli insegnamenti di Don Juan di Carlos Castaneda, ho iniziato Il giocatore di Dostoevskij. Il romanzo di Pamuk mi è piaciuto molto, sia per l’ambientazione nella Istanbul del ‘500, sia per l’immersione nell’ambiente dei miniaturisti, sia per lo stile, ma non posso negare di averlo trovato un po’ pesante sul finale, nonostante sia un giallo. Lo consiglierei comunque, senza esitazioni. Quanto al libro di Castaneda, ho apprezzato l'argomento (lo sciamanismo centro-americano), ma non mi sono trovata molto in sintonia con l'autore. 






26 settembre 2018

Scrivere: l’ultima revisione

L'ultima revisione
Le mani nel motore della storia






Prima di arrivare alla pubblicazione, ogni testo subisce non una, ma numerose revisioni. L’ultima, però, ha un sapore diverso…









Ha un suono solenne, vero? Dopo L’ultimo imperatore e L’ultimo samurai, ecco a voi L’ultima revisione! Invece sto per raccontarvi qualcosa di molto più normale, vale a dire la mia recente esperienza di revisione con Veronica c’è, il romanzo per adolescenti che ho in progetto di autopubblicare nel mese di ottobre con Amazon KDP.