16 febbraio 2019

La sincerità e lo scrittore


Lo scrittore... umile




La strada di chi scrive è irta di ostacoli, perciò ogni incoraggiamento è il benvenuto… oppure no?









Mi è spesso capitato di domandarmi se siano più gli incoraggiamenti o le critiche a farci crescere come scrittori. Che siano entrambi preziosi, credo non ci siano dubbi; ma forse la percezione che ne abbiamo non corrisponde alla realtà.

Scrivere è facile?

Mica tanto. Anche quando si ha la scrittura nelle proprie corde, il passaggio all’atto pratico non è privo di difficoltà. Quando poi ci creiamo delle aspettative su ciò che scriviamo, si fa tutto più complicato. Mettici in mezzo anche l’ispirazione ballerina, la costanza auspicata e raramente realizzata, lo scarso tempo a disposizione e l’indifferenza dell’editoria, ed ecco dipinto un quadro dove luci e ombre sono spesso in conflitto.

Gli incoraggiamenti, quindi, sono preziosi.

L’amico che si complimenta perché il nostro romanzo lo ha tenuto sveglio fino a tardi, il buon piazzamento a un concorso, sono un carburante – non l’unico, si spera – che ci aiuta a continuare a scrivere quando siamo demoralizzati per gli scarsi risultati, oppure siamo tentati di dedicarci ad altro. Perché possiamo essere creativi anche cucinando o ballando la polka, tanto per dire.

Gli incoraggiamenti fanno sempre bene?

Ogni forma di incoraggiamento ci aiuta a credere che “yes, we can”. Ci dà quindi la spinta necessaria a superare i limiti che ci siamo inconsapevolmente autoimposti, per inoltrarci nel regno del possibile. Questa è la chiave che permette la fioritura di ogni risultato umano importante, quindi viva gli incoraggiamenti!

Però.

La maggior parte degli incoraggiamenti ci arriva dal mondo esterno, di cui fanno parte sconosciuti, conoscenti, amici e parenti, forse anche nemici. Tra questi, saranno spesso le persone con cui intratteniamo rapporti positivi a incoraggiarci. Saranno contente di farlo. A volte ci ammirano sinceramente per la nostra capacità di inventare storie (“da dove le tiri fuori?”), altre volte sono compagni di passione, perciò comprendono le nostre aspirazioni e le nostre difficoltà. Sono ben disposti nei nostri confronti. Sono gentili. Sono anche disposti a parlare bene delle nostre opere.

Sono sinceri nel farlo?

Spesso lo sono. Non sempre, e non del tutto. Essere sinceri al cento per cento è difficile; mette a disagio, e non si tratta di un disagio sciocco: la consapevolezza che con le proprie parole si può contribuire a demoralizzare una persona, o peggio ancora crearle un danno, è un peso che si preferisce non portare, in particolare se c’è un rapporto di stima con la persona in questione. Ma non dovremmo essere ancora più sinceri, proprio in nome di quel rapporto?

Il problema esiste solo se ce lo poniamo. Non dico che sia necessario farlo; io però lo percepisco come tale, perché non esistono procedure standard che mi facciano sentire a mio agio nel dire cose che non penso.

Per molto tempo ho cercato di evitare il problema non leggendo gli scritti delle persone che conoscevo, ma poi ho capitolato. Anche se leggersi a vicenda non è un dovere, potrà ben essere un piacere! Che si spera sfoci in una buona recensione, cui spesso si affianca la richiesta da parte dell’autore di un parere spassionato…

Ecco che il problema, respinto alla porta d’ingresso, si ripresenta sorridente alla porta di servizio. Ogni libro che leggiamo ha pregi e difetti. Succede con i best seller, figurarsi se non succede con i romanzi di chi scrive da poco e/o non gode dell’ausilio di un buon editor; per non citare il banale fatto che tutti i gusti sono gusti, perciò quello che un lettore trova piacevole e ben scritto, lascia un altro lettore indifferente, persino deluso.

E allora, direte voi?

Sto pensando alle finte recensioni, per esempio. Se ne parla spesso, esprimendo sincera indignazione verso questa pratica immorale. Che dire, invece, delle recensioni edulcorate? Sono tacitamente accettate perché “gentili”; suscitano simpatia e rimangono nascoste tra le pieghe di rapporti che non si vogliono rovinare. Ma non si sta semplicemente scegliendo la strada più facile, quella che non sottopone a scossoni nessuna delle persone coinvolte? Quando valutiamo il lavoro di un conoscente, applichiamo gli stessi criteri di giudizio che usiamo nei confronti di altri scrittori?

La sincerità è un valore.

Non parlo della qualità di chi si vanta di dire sempre quello che pensa nel modo più crudo, a prescindere dalla situazione. Quella la definisco piuttosto arroganza, oppure mancanza di sensibilità verso gli altri. Nei confini dettati dal rispetto, cosa produce un parere sincero e non del tutto positivo, o persino negativo, espresso in via privata, se non come recensione? Una ferita all’amor proprio dell’autore, probabilmente; ma non tutto il male viene per nuocere.

I pareri sinceri, quando non provengono da uno hater qualunque, fanno crescere. Ci danno la misura di dove siamo e dove stiamo andando, non secondo il nostro personale giudizio, ma in base alle impressioni di chi ci legge ‒ qualcosa che diventa particolarmente utile, ora che l’autopubblicazione permette di evitare ogni tipo di filtro.

Non siamo umili come crediamo!

Possiamo anche non avere un Ego gonfio e tronfio, ma desideriamo tutti il famigerato posto al sole; scriviamo per essere letti e apprezzati. Se così non fosse, spenderemmo forse mesi o anni di attenzione maniacale a curare le storie che scriviamo? Ci faremmo bastare la prima stesura, che già svolgerebbe la sua benefica funzione di espressione della nostra creatività, persino di guarigione.

Quindi cerchiamo un pubblico, e ogni parere positivo ci convince di ciò che vogliamo credere: siamo speciali, se teniamo duro ce la faremo ad attirare un buon editore, o almeno a crearci un nostro pubblico. Ci sono tanti libri mediocri in vendita! Figurarsi se non sappiamo scrivere di meglio…

Io ho iniziato a scrivere proprio così, l'ho raccontato spesso. Ma sono una persona umile, giuro.

Intanto il mercato è invaso da opere che rispettano a malapena le regole grammaticali, per non dire quelle ‒ più opinabili, ma fino a un certo punto ‒ della buona narrativa. È un bene che vedano la luce? Non so dirlo. Sono però convinta che questa situazione di "dilettanti all’arrembaggio", come qualcuno li ha definiti, non si verifichi nelle altre arti. Se proviamo a immaginare una situazione simile nella musica o nella pittura, probabilmente ci verrà da ridere.

Se l’autopubblicazione è una grande risorsa, il suo lato oscuro (“l’ho scritto, perciò deve essere letto”) è dannoso. Non solo abbassa il livello qualitativo dei libri in circolazione, ma ci dà un'idea falsata di noi stessi e può farci disperdere una quantità di energie. Continueremmo a scrivere, se le persone ci dicessero con franchezza che le nostre storie sono noiose, oppure sceglieremmo di praticare altre attività? Forse leggeremmo di più, praticheremmo sport? Trascorreremmo più tempo a contatto con la natura o con i nostri familiari?

Io posso essere presa a esempio di ciò che critico: esordio entusiasta-arrogante, proposte agli editori e relativi rifiuti, ricorso in seconda battuta all’autopubblicazione, recensioni positive da parte delle persone che conosco (le altre non recensiscono, purtroppo). Posso riscattarmi solo tramite la qualità di ciò che scrivo.

La sincerità è un segno di rispetto nei confronti dell’autore. Non è con l’incoraggiamento insincero che riusciremo ad aiutare un amico a sfondare, né ci serve, come autori, credere di avere raggiunto un livello che non abbiamo raggiunto affatto. È dentro di noi, e non nelle opinioni “gentili”, che dobbiamo trovare le motivazioni per scrivere, oppure per smettere di farlo. Con la massima onestà possibile.

Vi domanderete ‒ giustamente ‒ come agisca io in queste situazioni. Per ora ho deciso di non fare annunci pubblici quando sto per leggere un libro scritto da persone che conosco, e postare una recensione solo quando è abbastanza positiva. Tacere non è mentire, dopotutto!   


BOLLETTINO DEL LETTORE
Ho terminato di leggere The Shepherd's Life di James Rebanks (l'ho adorato!), The Fiery Cross, quinto volume della saga di Outlander (ottimo) e il terzo capitolo della saga fantasy Mistborn di Brandon Sanderson (divorato). In particolare mi ha colpito l'accostamento temporale tra la Gabaldon e Sanderson, così diversi in tutto, eppure entrambi così bravi. Ora sto leggendo H is for Hawk (in italiano Io e Mabel, ovvero l'arte della falconeria), un saggio autobiografico di grande intensità, vincitore di diversi premi nel Regno Unito. Una serie particolarmente fortunata di letture, questa.

BOLLETTINO DELLO SCRITTORE
La Nuova Storia è momentaneamente sospesa per le operazioni finali di messa a punto di Veronica c'è, tra copertina e formattazione del testo per Amazon. Sto anche meditando attivamente su una nuova copertina per la versione in lingua inglese di Cercando Goran. Tentare di farsi leggere all'estero è come andare a sbattere contro un muro!






19 gennaio 2019

Cercando Goran gratis per 5 giorni!




Un piccolo regalo di inizio d'anno:
per cinque giorni – dal 20 al 24 gennaio –
potrete scaricare gratuitamente su Amazon

Buona lettura a tutti!



Se ciò che gli era capitato aveva un lato buono – ipotesi che richiedeva un certo ottimismo – era quello di averlo reso un acuto osservatore. Non esisteva più niente di scontato. Anche le persone che gli ruotavano intorno erano una continua sorpresa, non sempre piacevole.

Lasciando scorrere lo sguardo sulla scrivania, Goran si ritrovò a fissare la foto incorniciata in argento, un primo piano di lui e Irene qualche anno prima, belli, sicuri di sé e padroni del futuro. Come sempre, cadde nella trappola di mettere a fuoco il se stesso della foto e poi il se stesso riflesso nel vetro, cercando morbosamente il confronto. Nella foto aveva una barba ben curata e un taglio di capelli corto, ordinato; i suoi occhi grigi erano in tono con lo sguardo di acciaio che nemmeno il sorriso riusciva ad ammorbidire. Ora il riflesso sul vetro gli rimandava occhi e capelli tormentati su un viso più magro, con solo un'ombra di barba. Non era un cambiamento di stile. Erano uomini diversi.



Searching for Goran


12 gennaio 2019

Tre persone che sono felice di conoscere, per il 2019... e oltre!



Tre parole chiave per l’anno appena iniziato?

Niente da fare, mi fermo a una. Però vi parlo di tre persone speciali.



Eh sì, non sono andata oltre “disciplina”. Come vi raccontavo nel mio ultimo post, è questa per ora l’unica parola su cui so di voler focalizzare la mia attenzione nei mesi a venire. Obiettivo: spazzare via questa sottile inerzia che mi fa lavorare senza grinta e rende il tempo sempre troppo limitato. Perché è così: più si fa, più si riesce a fare, lo avete notato? Esistono limiti pratici, ma non sono gli stessi cui ci sentiamo razionalmente vincolati. Con disciplina non intendo una forzatura, ma piuttosto l’imbrigliamento delle mie energie, che non devono stagnare, pena quella sensazione di vago disagio che spesso mi sento addosso.

In attesa di altre parole chiave per il 2019 – se mai arriveranno  scelgo di parlarvi di un trio completamente diverso: tre persone che sono particolarmente felice di conoscere, perché mi hanno fornito materiale importante da elaborare e mi hanno aiutata a crescere in questi ultimi quindici anni – guarda caso, più o meno da quando ho iniziato a scrivere. Avete presente il detto “quando l’allievo è pronto, il maestro appare”? Credo che si applichi bene alla situazione: scrivere mi ha dato una spinta nella mia evoluzione personale che ha reso possibili innumerevoli altri passi, piccoli e grandi.

31 dicembre 2018

Le mie letture del 2018







Proprio agli sgoccioli dell’anno, mi unisco al coro dei blogger che hanno parlato dei libri letti nel 2018.